L’odontofobia del paziente pediatrico…

On 3 gennaio 2013 by Francesco Basile

“Aver paura di sentire male è già come soffrire”

Montaigne

Il trattamento odontoiatrico del bambino, così come quello dell’adulto, è associato spesso a intense manifestazioni comportamentali di tipo ansioso o addirittura fobico, definite rispettivamente come ansia o fobia dentale ” (cfr. Kent e Blinkhorn, 1991). Data la loro frequenza, queste manifestazioni sono da tempo avvertite come uno dei problemi principali nella gestione del paziente in età pediatrica. Infatti, la proporzione di bambini in età pre-scolare e scolare che manifestano comportamenti riconducibili a tipiche forme di “ansia dentale” è stimata attorno al 16%, pur se vi è notevole variabilità nelle stime che arrivano fino all’21% in Canada e addirittura al 43% in Cina (Folayan et al., 2004).

Oggi la percentuale degli odontofobici dovrebbe essere molto minore rispetto ad alcuni decenni fa, quando curarsi i denti era veramente doloroso, invece non è sostanzialmente cambiata. I comportamenti ansiosi e fobici manifestati dai bambini e poi dagli adulti, possono essere attribuiti ad un processo diretto o indiretto di condizionamento, spesso facilmente ricostruibile su base anamnestica, tramite questionario o intervista in profondità.

La reazione ansiosa certo può rappresentare l’esito di esperienze personali negative, se non traumatiche, ma più frequentemente può manifetarsi come l’esito di un processo di modellamento comportamentale (di solito mutuato dagli atteggiamenti e dai comportamenti dei genitori, in particolare della madre) oppure di acquisizione di informazioni fortemente suggestive in senso negativo, indotte soprattutto dalla descrizione ripetuta di esperienze angosciose o terrificanti da parte di coetanei o adulti fobici (per una rassegna, Litt, 1996).

Questa indicazione permette di comprendere l’utilità di introdurre forme di controllo dell’ansia nell’ambiente odontoiatrico, in modo da ridurne non solo le manifestazioni comportamentali (che disturbano il trattamento e accrescono le difficoltà di relazione tra odontoiatra e bambino), ma anche le percezioni negative e, quindi, i rinforzi per le successive manifestazioni anche in ottica futura. Divenuto adulto il paziente certo non rimuove lo stato ansioso connesso a quelle percezioni negative infantili e trascura la sua bocca quasi a voler esorcizzare i suoi problemi con il dentista. Arriva così in situazioni davvero disperate e questo comportamento paradosso, finisce per rinforzare il suo atteggiamento fobico.

Inoltre il paziente che si siede alla poltrona del dentista in preda alla paura è destinato a soffrire poiché è stato dimostrato che l’ansia acuisce alcune percezioni in particolare quelle legate al dolore. Il paziente si concentra su ogni minima sensazione spiacevole, anche tattile o acustica, identificandola come dolorifica. Uno studio pubblicato dall’American Journal of Health Behavior nel 1998 ha evidenziato che in America 45 milioni di persone, circa il 15% della popolazione, sopportano il mal di denti e si lasciano rovinare la bocca per la paura di sedersi sulla poltrona del dentista.

L’errore che commettono molti odontoiatri che non sono abituati a lavorare con i bambini è quello di considerarli adulti di serie B, su cui operare senza spiegare, ed ecco allora che si perde la fiducia del piccolo paziente. Mai si deve obbligare un bambino con la forza a togliere o curare un dente. Ogni bambino è diverso e quindi richiede un approccio personalizzato. La via che conduce alla liberazione dalla paura la si percorre solo quando il medico ha la capacità di stabilire con il paziente un atteggiamento di umana condivisione che permette il superamento delle proprie ansie e l’adesione al piano di cura.

La prima forma di terapia, nella professione medica, si ottiene essendo aperti alla comprensione e alla comunicazione con il piccolo paziente, solo abbandonando qualsiasi atteggiamento rigido, il medico potrà veramente ricercare sul piano clinico soluzioni sempre più individualizzate. Il paziente sentendosi parte attiva nel processo terapeutico, e , non escluso dal “sapere medico”, spontaneamente collaborerà alla risoluzione delle problematiche poste. Giunti alla soluzione, a fine terapia, la soddisfazione derivante da questo “viaggio odontoiatrico”, si assocerà alla certezza di aver realizzato un rapporto di amicizia e di stima reciproca, che costituirà un legame tale da poter affrontare insieme qualunque problema possa presentarsi in futuro.

Fondamentale in questo processo l’utilizzo da parte dell’equipe odontoiatrica di un linguaggio idoneo all’età del bambino: chiaro, semplice, confidenziale con l’uso di rinforzi positivi verbali che permettono un’aumento dell’empatia, che di conseguenza porta alla formulazione di un “patto” tra operatore e giovane paziente (riguardo alla durata dell’intervento, alle modalità di interruzione…): se il bambino inzia a collaborare secondo i “patti” è doveroso da parte del dentista non tradirlo mai, e spesso sarà proprio il bambino con grande soddisfazione del pedodontista a chiedere “ti posso aiutare?” .

Consigli ai Genitori per evitare che i bambini diventino odontofobici:

 Se i genitori seguono con attenzione alcuni suggerimenti sarà molto improbabile che i loro figli possano maturare l’odontofobia (la paura del dentista). Non vergognatevi della vostra, chiedete al dentista di spiegare a voi e a vostro figlio ogni passaggio della cura e concordate un segnale di stop nel caso ci fosse qualche fastidio. La conoscenza contrasta la paura e avendo in mano la situazione vi sentirete più sicuri.

  1. A casa non parlate mai al bambino del dentista a scopo punitivo: “se non lavi i denti ti porto dal dentista che ti fa una puntura in bocca e te li cura col trapano!” ; prediligete rinforzi positivi come “ lavati bene i denti così saranno forti come quelli di leone” oppure “.. così saranno belli come quelli di una principessa!” piuttosto che pronunciare parole come “male” o “dolore”.
  2. Non fate partecipare i bambini a racconti di esperienze negative avute dal dentista, se ne venite a conoscenza confutateli o sminuiteli.
  3. Scegliete per vostro figlio un odontoiatra esperto in pedodonzia (pedodontista, ossia il dentista che si occupa prevalentemente di curare i bambini). Non accettate i dentisti che affermano che è troppo piccolo per poterlo curare. Il bambino è in grado di collaborare dai due anni e mezzo in poi. Se qualcuno vi dice, invece, che i denti da latte non sono da curare, perché cadono, è in errore perché gli ultimi denti decidui cadono intorno ai 12 anni, consentono la corretta eruzione dei permanenti ed in caso di agenesia (mancanta formazione di un elemento dentale) il loro mantenimento ritarda un’eventuale soluzione implanto-protesica.
  4. Accettate di utilizzare l’anestesia generale per vostro figlio solo in casi di estrema gravità e urgenza, o nei casi di bambini disabili non collaboranti. Se l’intervento può essere rimandato senza conseguenze, cercate un pedodontista che sappia risolvere il problema con l’approccio psicologico corretto e con il gioco, ci vorrà più tempo, ma vostro figlio sarà felice di farsi curare i denti e potrà usufruire di una corretta prevenzione.
  5. Fate visitare vostro figlio ogni 6 mesi iniziando dall’eruzione dei denti decidui, anche se non ha problemi, in modo tale che il primo approccio risulti il più atraumatico e dolce possibile. Quando il bambino vi rivolgerà le prime domande sui suoi “dentini che spuntano” portatelo tranquillamente dal pedodontista, che potrà fornirvi tutte le informazioni corrette sullo sviluppo e la permuta delle arcate dentarie e per il mantenimento della salute orale di vostro figlio. Il bambino familiarizza con lo studio odontoiatrico e al momento che avrà bisogno di una cura non sarà spaventato.

    Dott. M. Tremaroli

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